Archiviato in: musica
La techno oggi è sconnessa da tutti i significati che l’hanno vista nascere: non è più necessariamente suono della periferia urbana americana, voce autentica della strada o campo di battaglia per rivendicazioni razziali. La techno oggi è bianca, gialla, nera e rossa, è un’esperienza interiore più che una fotografia demografica, si suona più in Europa che in America e si è da tempo lasciata alle spalle l’appeal di fenomeno culturale autentico. Le street parade si stanno estinguendo, i rave sono diventati pretesto per far soldi e mentre i centri
sociali spariscono dalle strade e per ricomparire nei libri di storia è lecito chiedersi che cosa rimanga della techno. La techno è diventata un puro canale espressivo, un’etichetta che facilita la vita ai marketers, uno stato mentale e come tale può permettersi di viaggiare nel tempo e nello spazio. Non si appella più a codici rigidi e non ha regole esplicite, fatta eccezione per una delle sue tante facce, quella old skool per l’appunto. La tecno è un albero che ramifica in ogni direzione e prende linfa dal rimpasto di vecchio e nuovo. A una estremità dell’albero si trova il genere pastoral, ossia romanticismo digitale che si esprime sotto le diverse diciture di natural, green o pastoral techno. La pastoral techno è una ramificazione talmente distante dalle radici che si dimentica della fredda precisione e dell’alienazione che ha dato vita a tanta musica digitale, per andare a cercare il calore e il pathos necessari a ricreare il suono della foresta e il respiro della terra. Si può definire l’evoluzione verso la natura di un suono smaccatamente urbano e cade a pennello in un periodo di ambientalismo di massa. Questa fase umanizzata della tecno, comunque, non è completamente nuova. Alcuni precedenti solari e ‘verdi’ possono essere la parentesi colorata della Summer of Love (1988), parte della scena goa che ne e’ seguita, band come gli Ultramarine (per i quali del termine pastoral è stato per primo utilizzato), poi progetti ecologici come quello degli Orbital.
Nella storia recente la pastoral techno ha avuto origine grazie a Wolfgang Voigt, il fondatore dell’etichetta Kompakt di Cologna. I suoi samples di archi dalla tradizione classica, il tentativo di allineare le sue produzioni digitali con la cultura romantica tedesca e l’utilizzo della lingua teutonica hanno sortito gli effetti desiderati: creare un canale ideale fra la prestigiosa tradizione classica di Germania e la musica techno, ridefinire la dicotomia tecnologia-natura , sganciare la techno dalla scena rave/club e rilanciarla come musica pop tedesca. In un’intervista di qualche anno fa il signor Wolfgang dice: ‘the sound worlds of Wagner or Alban Berg are excellently suited to tell again the good old fairy tale of the German forest in the most beautiful colours of pop.’ (i mondi sonori di Wagner o Berg sono particolarmente adatti a riraccontare la vecchia favola della foresta tedesca attraverso i più bei colori del pop. Qui e’ dove potete trovare l’intervista completa http://www.angbase.com/interviews/wolfgang_voigt.html ) Pop perché la musica di Voigt è talmente distante dalla tensione e dalla connotazione underground della prima musica di Detroit che può permettersi di riallacciarsi al lato accessibile e popolare della tradizione romantica.La maggior parte della green techno, e della sorella minore down tempo (Morr Music e simili), viene dalla Germania. La mia top 7 in data odierna è 100% made in D: Danjel Esperanza “Die Voegel Gehn Zu Fuss” e “Lumen” (meleon), Namito “Zizou (tom pooks mix)”(kling klong), Dominik Eulberg “Kriechender Gunsen” (traum), Alex Under “Extrapezlo” (trapez), Phunklarique “Reflections in Plexyglass” (knall) e Booka Shade “Planetary (dub mix)” (get physical). 
Archiviato in: verde
MI PIACCIONO LE PIANTE CON LE SPINE PERCHÉ SONO INGEGNOSE, SONO DURE ESTERIORMENTE E TENERE DENTRO E DANNO IL MEGLIO IN AMBIENTI INOSPITALI.
Archiviato in: verde
FINALMENTE MI SONO DECISA A COMPERARE UNA MACCHINA FOTOGRAFICA DECENTE E QUESTI SONO I PRIMI FRUTTI.
cactus del deserto nord/centro America
Acanthus Montanus, una pianta tropicale 
(ecco perche’ la lente e’ appannata)
Pandanus Pigmeo, dal Madagascar
Archiviato in: verde
Finalmente il calendario dice Aprile, tempo di verde!
Verde deriva dal latino virere=verdeggiare, per alcuni dalla radice indoeuropea ghvar>var e char che contiene la nozione di essere verde e giallo. Infatti giallo e verde sono in un certo senso intercambiabili nell’accompagnare rosso e blu fra i colori primari. Secondo la teorie scentifiche i colori primari sono RGB- rosso, verde, blu (questi combinati fra loro producono tutti gli altri colori fono ad ottenere bianco), ma per un pittore i colori primari sono rosso, blu e giallo (ne risulta nero). Con molte probabilità il significato di virere era legato all’idea di crescita e ha dato origine a parole come veisti (lituano=propagare), visir e wise (antico inglese=germogliare). Dall’idea di crescita, grow, deriva l’inglese green.
La clorofilla, il pigmento che provoca il colore verde nelle piante, deriva invece dal greco chloros, verde.
Un po di trivia: I semafori colorano di verde molte strisce asfaltate perché il verde si nota ma non distrae; e’ una via di mezzo fra il freddo blu e caldo rosso e la sua lunghezza d’onda e’ a mezza strada nella gamma
![]()
visibile all’occhio umano (con il blu a bassa lunghezza e il rosso ad alta). Il verde risalta facilmente ma non attira l’attenzione quanto il rosso, che quindi viene usato per indicare pericolo.
Il verde, simbolo di terra e fertilità, e’ presente in quasi 20% delle bandiere mondiali, con picchi fra le bandiere delle regioni mussulmane (e’ il colore dell’islam). Fra i suoi tanti significati, quello principale oggi e’natura ed ecologia. Significa anche mancanza di soldi, derivante dallo slang cinematografico per il colore dei dollari. Ha forti connotazioni politiche, come l’ associazione con la cultura celtica, perché era il colore dei cattolici irlandesi (l’arancione per i protestanti) e con la lega nord, che intende rivendicare una possibile ma improbabile identità celtica. Verde speranza, invece, deriva dalla mitologia greca: quando Pandora apre il vaso che contiene i mali dell’universo, questi fuoriescono e in fondo al vaso resta solo un uccello verde.
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
[Bandiere: Isola di Norfolk (Oceania), Galles, Arabia Suadita, rainbow, Isole Comore (Africa), Brasile 1889, pace, repubblica d'Italia 1802 ]
Il verde ha recentemente vissuto un’incredibile rivalutazione in ambito di marketing. Il verde va di moda nella pubblicità, usato per riposizionare aziende inquinanti come attiviste ambientali e prodotti di dubbia qualità e provenienza come sani, organici e rispettosi dell’ambiente. Qui verde significa salute (natura) e freschezza (menta/verdura).
[Advertising Agency: Clemenger BBDO, Melbourne, Australia]
Archiviato in: musica
Forse e’ un caso ma il 2008 per me e’ iniziato all’insegna della distorsione. Prima Distorsion dei Magnetic Fields poi Lust Lust Lust dei Raveonettes, 2 dischi distorti fino all’osso, e ora 3rd che inizia con chitarre abrasive e si snoda fra un riverbero e l’altro. A dire la verità sul nuovo disco dei Portishead c’e’ una marea di roba, non solo distorsione. C’e’ jazz, rock, sperimentazione, elettronica, psichedelia, reminiscenze di dummy, ma in generale il disco suona più sporco e più macchinoso dei due predecessori. Provo a spiegarmi. Se in dummy l’elettronica serviva a disegnare paesaggi armonici, quadretti da un’altra era e spazi onirici in cui l’ascoltatore rimaneva sospeso, l’uso dei campionatori in 3rd mi sembra più belligerante e più teso ad evocare apprensione esistenziale che una sottile patina di inquietudine onirica. I glissati di basso e chitarra che hanno sorpreso col fiato sospeso milioni di noi fra i lunghi passaggi da una nota all’atra, qui lasciano spazio ad uno uso più percussivo degli strumenti per ottenere un suono più brusco ed allarmato.
Che dire, al primo ascolto è davvero difficile dare etichette a questo disco. Mi aspettavo un album più simile al lavoro di Beth Gibbons da solista, ma non è così. Quest’album porta chiaro il marchio P, oltre a contenere una moltitudine di altre voci. Si sentono da lontano Radiohead, Matthiew Herbert, Cocorosie, Moloko, Grandaddy. E’ trip hop? Se il trip hop sia mai esistito possiamo chiamarlo così, ma e’ trip hop dilatato, contaminato e molto più vicino alla guerriglia sonora del primo Tricky che al vintage patinato dei Portishead versione 1994. In questo 3rd ci vedo un disco che parla di angosce del presente e non di apparizioni dal passato, parla di realtà e non di sogno e parla di guerra, seppure intervallata da piacevoli tregue, non di pace. Bello e appassionato.
Archiviato in: musica
Una bella sorpresa da Brooklyn e una nuova voce nel panorama dance americano. Nonostante i riferimenti pesanti a cui il disco rimanda, l’eredità della musica nera e della cultura classica, le 10 canzoni scivolano leggere e piacevoli. 3 ragioni per cui Hercules&Love Affair mi convince: 1) perché è in linea con il lato più intellettuale della disco e questo lo rende un lavoro originale. Gli episodi camp vengono ricontestualizzati in una cornice neo-disco sexy si, ma più incline al celebrale. Il riferimento qui è più Arthur Russel che Giorgio Moroder. 2) Perché Time Will, il brano d’apertura, è strepitoso e ricorda i primi lavori di Terry Callier. A mio avviso questa è una delle registrazioni più groovy di Antony (&the Johnsons), che dal vivo ipnotizza ma su disco rischia di addormentare. 3) Perché le influenze principali di questo gruppo, cito dal sito di myspace, sono: ‘Magia, stupore, la bellezza delle buone azioni e i Muppets’. Carino, no?
Pitchfork lo giudica il migliore disco della DFA. Personalmente preferisco LCD Sundsystem, ma l’ album e’ da avere.
Archiviato in: viaggi
I giorni in cui giuravo che non avrei mai messo piede in uno zoo sono molto, molto lontani. Pensavo che pagare per vedere animali depressi e rincoglioniti fosse stupido quasi quanto pagare per avere un infarto fra una montagna russa e l’altra. Sono ancora della stessa idea ma ho scoperto che certi zoo sono buoni. Certi zoo salvano le specie a rischio invece di condannarle a eterna infelicità. In certi zoo hai quasi l’impressione che non ci siano le prigioni.
Uno di questi è lo zoo di San Diego, l’entrata è 30 $, ma si ha davvero l’impressione di camminare nella giungla. Australia, Africa, Sud America…un gigantesco giardino botanico. Welcome to SanDiegoZoo.org!
A proposito di zoo liberi da prigioni, questa immagine fa parte della nuova campagna pubblicitaria per lo zoo di Amburgo
La qualità e’ orrenda. Sorry. Dice: “The Zoo Without Bars”
(“FREEDOM SOLDIER”via adsoftheworld.com; agenzia: Springer & Jacoby Hamburg)
Archiviato in: Uncategorized
Credo che chi inizi un weblog lo faccia per un mare di motivi. Per sentirsi più vicino a una moltitudine di altri, per bisogno di protagonismo, di condivisione, di feedback, per voglia di sfogarsi, per iperattività celebrale, per trovare la giusta concentrazione o semplicemente per passatempo. Quale di questi sono io? Un pizzico di ognuno, tranne l’iperattività’ celebrale di cui non brillo. Credo che la mia motivazione principale sia riattaccare con lo scotch alcuni pezzi della mia vita e riappacificarmi con il passato. Nel mio passato pre-dabolius (www) mi divertivo a scrivere recensioni, soprattutto di musica. Questo mi permetteva di sfogare il mio lato ipercritico (quando la musica faceva schifo) e di condividere la colonna sonora delle mie giornate o i famosi album da isola deserta con chi avrebbe potuto capire. Con l’arrivo del nuovo millennio molte cose sono cambiate: ho smesso di scrivere di musica e ho iniziato a metterla come dj, l’Italia si e’ impoverita sotto una moneta un po’ troppo pesante e io ho aperto un negozio, la democratizzazione dell’ADSL ha portato prezzi più bassi e tanta pirateria e io ho iniziato a spacciare musica. Non male eh, per un cervello solo? Beh, posso dire a mio favore che nel 2008 tutto sembra chiaro, ma nel 2000 certe cose non si sapevano mica.
Poi uno strano sentimento comunemente chiamato amore e la fine del capitolo orbeat, il mio negozio, mi hanno portato in altre direzioni e qui sono orbeata, una trentaepassaenne che vive nel poco ospitale Massachusetts, sta iniziando a respirare un po’ di tranquillità, ma ha un bisogno compulsivo di sentirsi coerente con il passato e di aggiungere vocali a fine parola per sentirsi più vicina a casa.
Vorrei occupare questo spazio con quello che mi piace: musica, il colore verde, pubblicità, parole e la loro etimologia, fotografie, roditori e tante altre cose a caso.
Archiviato in: Uncategorized
Welcome to WordPress.com. This is your first post. Edit or delete it and start blogging!




